La democrazia e’ sopravvalutata. Se nella classifica di Billboard per le vendite di musica classica, nelle prime dieci posizioni ci sono tre, e dico tre, dischi di Andrea Bocelli, allora come possiamo sperare che un qualsiasi sistema democratico non sia votato all’autodistruzione? Che si tratti di democrazia partecipativa o diretta, non vedo come tale sistema politico possa garantirci una giustizia sociale se il voto di uno che compra “Cinema” di Bocelli vale quanto il mio. Si, in questi anni stiamo vivendo uno scontro di civiltà. Ma e’ civilta’ occidentale contro civilta’ dei Lemmings. E vincono i Lemmings . A mani basse. 

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Il contrasto tra processo democratico e società di massa non me lo sono inventato io. Bobbio lo identifico’ nei suoi studi come una delle problematiche chiave. Secondo Bobbio, il processo democratico richiede che gli individui abbiano l’opportunita’ di un pieno sviluppo delle loro facoltà umane. Al tempo stesso però la massificazione della società spinge verso un conformismo generale, sia politico che culturale. Questo conformismo ha dentro di se una potenziale carica negativa e non tutte le società hanno gli anticorpi necessari a contrastare tale pericolo.

Mills, altro amico mio, è ancor più critico e negativo riguardo al processo democratico. Nel suo testo “Elite al potere”, egli affronta lui un altro contrasto, già identificato da Bobbio, cioe’ democrazia vs burocrazia. Mills intravede una maggiore polarizzazione tra una elite al vertice, in possesso degli strumenti di potere, ricchezza e celebrità, e una base formata da una società che si caratterizza e identifica attraverso la comunicazione dei grandi mezzi d’informazione. Meriterebbe un discorso a parte l’analisi sui grandi mezzi d’informazione dei tempi di Mills (stampa e televisione) e quelli odierni (social media), con i secondi ancor più letali nel massificare e generalizzare il linguaggio politico e culturale. Tutto sto pippone per rimarcare come i mezzi d’informazione impongano quindi contenuti, aspirazioni e modelli standardizzati e conformi alle necessità del sistema. Tipo “produci consuma crepa”. L’individuo, o cittadino, accetta e assimila quindi, acriticamente, l’ordine sociale e culturale esistente.

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Quindi, quando un individuo compra o ascolta un disco di Bocelli, non esercita una scelta consapevole ma assume un’identità che un sistema politico disfunzionante gli attribuisce: quella di un coglione. Non lo dico io ma Bobbio e Mills.

Riassumendo, tu, tu che compri un disco di Bocelli o de Il Volo per ascoltarlo, o peggio regalarlo, sei un infame. Sei tipo quello che compra il SUV per fare 100 metri in centro città e poi spacca la minchia al bar perché “oh quest’anno non c’e’ neve”. Ma dai? Questo “essere infami” infine raggiunge l’apice quando, a Natale, un tuo parente esordisce con la seguente frase: “sai, visto che so che ti piace la musica classica…”. A quel punto di solito scarti il regalo e scopri che si tratta del CD di “Gigi D’Alessio canta Donizetti”. Io non pensavo che anche il 25 mattina le ambulanze fossero cosi rapide ad intervenire. Effettivamente c’e’ poco traffico ma comunque la croce rossa si merita un High Five.

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Per salvare il mondo dai Lemmings, ecco quindi il mio best of degli album usciti nel 2015. Classifica limitata a quei dischi che sono riuscito ad ascoltare e sempre tenendo a mente che non capisco un cazzo di musica.

  1. Verdi: Aida (Harteros, Kaufmann, Pappano; Warner Classics). Per me numero uno in una scala che va da 0 a Dan Peterson. Un disco talmente potente che gli dedicherò un post a parte. Cast fantastico con la Harteros nei panni di una splendida Aida e Kaufmann che spadroneggia per tutto il disco come il ras del quartiere. La sua “Celeste Aida” e’ la bomba track dell’album. Ma e’ l’orchestra che mi ha entusiasmato; ho trovato la direzione di Antonio Pappano perfetta nel suo equilibrio e padronanza dello spartito. Il secondo atto ad esempio e’ da ascoltare in loop in modo compulsivo. Infine la registrazione della Warner Classics e’ di altissimo livello e la resa sonora rende merito ai grandi artisti coinvolti in questo progetto. Unica pecca forse solo il libretto fornito con il disco: un booklet abbastanza anonimo. Detto questo non ci sono scuse per non acquistare questo disco.
  2. Rachmaninov: variations (Trifonov, the Philadelphia Orchestra, Nezet-Seguin; Deutsch Grammophon). Sin dalla prima traccia del disco l’impressione è quella che si stia ascoltando una performance di altissimo livello da parte di Trifonov. Non so se siano le miglior variazioni di Rachmaninov ma sicuramente di versioni superiori a questa ce ne saranno pochissime. Al talento tecnico e interpretativo di Trifonov si somma un’orchestra di Philadelphia in splendida forma e una registrazione della DG fantastica nell’ampiezza e calibratura dei suoni. In totale 73 variazioni divise in 73 tracce che si ascoltano tutte d’un fiato. Interessante anche il parallelo tra Rachmaninov e Trifonov: entrambi nativi di Novgorod (Russia), entrambi emigrati in America come artisti ed entrambi esorcizzano la nostalgia di casa con queste variazioni.
  3. Bach – Beethoven – Rzewski (Igor Levit; Sony Classical). In un 2015 ricco di “variazioni”, tra nuove interpretazioni e riedizioni di grandi autori, il lavoro di Igor Levit spicca per quantità e qualità. In questo disco Levit affronta tre set diversi di variazioni, a cavallo di tre secoli: il XVIII con la sua versione delle variazioni Goldberg di Bach, il XIX con quelle del valzer di Diabelli di Beethoven e infine il XX con quelle di Rzewski sul tema “the people united will never be defeated”. Questo album di Levit si inserisce nella continuità dei suoi due precedenti lavori, le sonata di Beethoven (2013) e le partita di Bach (2014), tuttavia parlare di trilogia e’ forse eccessivo. Eletto disco del mese da Gramophone in Novembre, mi ci è voluto un mese e mezzo per ascoltarlo in maniera completa e consapevole. Tutte e tre i set di variazioni sono eccezionali e quelle di Rzweski sono una chicca di cui disponiamo pochissime registrazioni alternative. Pochi, davvero pochi, gli album di pianisti pubblicati quest’anno che possano pretendere di essere migliori di questo.
  4. Lutoslawski: piano concert, symphony n.2 (Zimerman, Berliner Philarmoniker, Rattle; Deutsch Grammophon). Zimerman, Rattle, la filarmonica di Berlino e uno dei più bei spartiti del XX secolo sono le premesse per un grande disco. Già dal primo ascolto ne abbiamo conferma. Il concerto per piano è stato scritto da Lutoslaswki nel 1988 proprio per Zimerman che da allora ne rimane l’interpete principale. Questa nuova registrazione non sfigura affatto rispetto la prima originale di Zimerman; al contrario, gli è forse superiore. Si tratta di una versione più matura; Zimerman non deve più garantire la sopravvivenza di questo concerto il quale oramai fa parte in pianta stabile del repertorio classico per pianisti. Il dialogo tra piano e orchestra e’ coeso e sincero grazie all’ottima conduzione di Rattle. L’egregio lavoro di Rattle continua nella sinfonia di Lutoslaswki, la numero due, inclusa anch’essa in questo disco. Ottima registrazione, come quasi sempre con la DG. Unico neo: la durata ridotta del disco; un paio di tracce in più ci potevano stare visto il prezzo con il quale viene venduto.
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