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Non possiamo cogliere l’esistenza di oggetti, fenomeni e avvenimenti che ci circondano solamente con il semplice scrutare di un punto fisso all’orizzonte o di un luogo statico. Al contrario, sono le mutazioni, il movimento, che ci consegnano le chiavi della conoscenza. Non scopriamo pianeti lontani anni luce dal nostro universo perché ne riusciamo a scorgere fugacemente la sagoma all’interno d’un telescopio. Lo facciamo invece grazie alle traiettorie deformate dei corpi celesti che ruotano e vagano nel nulla dell’universo. E’ il movimento da un punto A ad un punto B che ci svela le meccaniche invisibili che altrimenti non coglieremmo mai.

Alla miserabile scala dell’essere umano, dobbiamo accontentarci di scoprire il moto delle architetture planetarie tramite semplici viaggi e migrazioni. E’ il viaggiare da un paese ad un altro che ci permette di acquisire conoscenze e consapevolezze; conoscenze che  il nostro essere stanziali ci preclude. Ad esempio, é sulla via di Damasco che San Paolo realizzo’ di essere una pippa a cavallo e che al prossimo giro era meglio comprarsi un poney. La folgorazione sulla via che abbiamo deciso di percorrere, quel raro momento che corrisponde ad uno squarcio di luce sulle nostre menti ottenebrate dall’ignoranza, ci permette la lucida analisi dell’ambiente che ci circonda.  Non é nell’immobilità o nell’isolamento che otteremo quello che cerchiamo, anche se non sappiamo cosa esso sia.”Che ci faccio qui?” scriveva Chatwin da una cella di una prigione di un paese dell’Africa occidentale. La risposta per lui era semplice: la vita stessa é un viaggio a piedi.

“Che ci faccio qui?” era la stessa domanda che mi ponevo in un bar karaoke a Ilo Ilo, nelle Filippine, tra camionisti e prostitute, in attesa di un traghetto sotto le ultime pioggie del ciclone Haiyan. Tra un canzone di country evangelico e l’altra, non potevo non pensare che se fossi stato Kapuczinski o Terzani, tutto questo si sarebbe trasformato in un romanzo epico, oppure in un’esperienza spirituale e filosofica. E invece niente. Birra calda, sottotitoli in inglese e umidità. Per cui alla domanda “che ci faccio qui?” quel giorno la risposta fu ovvia: “Sono un coglione”. Ed é la stessa risposta che mi sono dato quando, viaggiando in macchina una mattina presto, mi sono chiesto: “ma perché ho aspettato cosi tanto nell’ascoltare questo disco di Beatrice Rana?”.

Il concerto n.2 di Prokofiev con Beatrice Rana e l’orchestra di Santa Cecilia diretta da Pappano é un gioiello da non perdere per nessun motivo. Ve lo abbuono solo nel caso di un vostro sonno eterno. La ventitreenne pianista italiana colpisce subito nel segno in questo suo primo disco per la Warner. Il suo concerto di Prokofiev conquista l’ascoltatore   seducendolo laddove altre versioni discografiche dello stesso concerto lo stendono con interpretazioni energiche e fin troppo “fisiche”. La Rana riesce a cogliere appieno la cadenza “colossale” di Prokofiev senza per questo obbligarci a subirne l’aggressività. Quale esempio migliore se non l’intermezzo allegro; intermezzo dove solitamente il pianista sfonda il pianoforte come se quest’ultimo gli avesse appena fottuto il parcheggio sotto l’auditorium. Il confine tra furore agonistico e solenne cagata diventa allora molto fine. Beatrice invece é sempre in perfetto equilibrio conquistandoci accordo dopo accordo. A completare l’interpretazione di Beatrice Rana, il concerto propone un perfetto affiatamento tra orchestra e pianista. Da pelle d’oca il finale dell’andantino con dei bellissimi fiati dai timbri ricercati. L’orchestra di Santa Cecilia non risponde o dialoga con Beatrice: le obbedisce. Lo fa lungo tutto il concerto in un rapporto di fiducia totale, adattandosi di volta in volta al registro della solista. Altre registrazioni con la stessa orchestra hanno dimostrato che non é purtroppo sempre cosi. Questa volta tuttavia nessun appunto é possibile e i meriti vanno equamente divisi tra tutti gli interpreti.

Anche il concerto no.1 di Tchaikovsky merita e fa la sua parte nel completare questo album. Concerto “classico”, di quelli che non puoi sbagliare, ma non per questo da snobbare. La sfiga di questa seconda parte del disco é che segue il concerto di Prokofiev. Inevitabilmente non regge il paragone nonostante siano tre tracce conclusive molto belle.

In conclusione, Beatrice Rana ci offre un disco di grande valore. Non ho nessuna remora nel considerare il suo concerto no.2 di Prokofiev come una delle versioni discografiche di riferimento. E’ un disco che spacca, di quelli che vi obbligano ad un ascolto attento e concentrato ma che vi ricambiano con una forte esperienza sensoriale ad ogni ascolto. Non so che cosa voglia dire quello che ho appena scritto ma dovrebbe rendere l’idea.  Se non siete d’accordo vi aspetto sotto casa e/o vi tiro i raudi al cane.

 

 

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